In Italia il Sistema di Accoglienza a persone migranti, richiedenti Protezione Internazionale o in altre situazioni di vulnerabilità, i cui servizi sono messi in atto dalle Cooperative Sociali, è un sistema complice del razzismo sistemico, strutturale e istituzionale. Le Cooperative, in questo senso, sono parte dell’ingranaggio coloniale dello Stato riproducendo lo stesso ordine razziale vigente invece di cercare di sovvertirlo, o quanto meno di criticarlo apertamente.
In questo Vademecum si delineano alcuni punti di quella che può essere definita un’Accoglienza in chiave decoloniale.
UN’ACCOGLIENZA DECOLONIALE:
- È DICHIARATAMENTE ANTIRAZZISTA
L’Accoglienza decoloniale è consapevole e riconosce pubblicamente che il modello dominante del Sistema dell’Accoglienza italiana è palesemente complice del razzismo sistemico e istituzionale che opprime persone straniere in situazioni di vulnerabiltà grave, che è un sistema basato sul dominio e controllo della vita e morte di queste persone, nel Mediterraneo, nei CPR, nei centri di accoglienza e per le strade del nostro paese.
Riconosce che lo Stato adotta un modello di integrazione coloniale nella misura in cui genera un processo di creazione di un’alterità razzializzata che viene disumanizzata per giustificarne lo sfruttamento sul lavoro e l’estrazione di risorse, perpetrando così l’ordine razziale vigente.
In parole di A. Curcio:
“Il razzismo non è una <credenza soggettiva>. È piuttosto una condizione materiale costitutiva delle nostre società, connaturata e inscindibile ai rapporti sociali capitalistici […] non c’è capitalismo senza razzismo. […] si tratta di rendere esplicito che il razzismo non è frutto di ignoranza o di odio nè un malessere psicologico – come gran parte dell’antirazzismo di sinistra continua a pensare – ma vive nelle leggi, negli spazi del quotidiano (casa, lavoro, scouola, luoghi del consumo ecc.) nelle rappresentazioni e nei discorsi […]. (Curcio, 2024, p.30-31)
Il sistema attuale dell’ Accoglienza è razzista inoltre perchè cosifica le persone riducendole a procedure burocratiche, numeri, corsi di formazione, corsi di lingua italiana, infiniti ed estenuanti traguardi da raggiungere in nome di un’integrazione impossibile, calata dall’alto e progettata a partire dal protagonismo non dei migranti stessi ma ovviamente di quello delle cooperative e del sistema dell’Accoglienza, composto da una cultura maggioritaria bianca (standard, credenze, idee, codici, visioni del mondo). In questi processi i migranti sono solo subordinati e ricevitori passivi dei servizi di accompagnamento.
Già lo diceva Ramòn Grosfoguel in un saggio conclusivo all’interno dell’opera “Pelle nera, maschere bianche” di Frantz Fanon:
“Oggi esiste un vecchio dibattito dove gli imperi si vantano di avere il miglior modello di integrazione di migranti/minoranze/alterità e accusano l’impero con il quale competono di avere il peggior modello. Affermazioni come queste si ripetono oggi giorno nel trattamento che si da alle minoranze e ai migranti nelle metropoli, perdendo di vista che con indipendenza della struttura dei modelli di integrazione, questi saranno incompleti e corrotti se non si produce una superazione del problema del razzismo.” (Grosfoguel, 2009, p.272)
Per decolonizzare l’Accoglienza è necessario perciò, in primo luogo, riconoscere e combattere il razzismo sistemico, ovvero quel razzismo che opera attraverso istituzioni come Prefettura, Questura e Cooperative che ostacolano, rallentano, e spesso negano l’accesso ai diritti fondamentali, favorendo così situazioni di sfruttamento lavorativo, scarse protezioni giuridiche, e segregazione abitativa nelle grandi e piccole strutture di accoglienza.
In questi luoghi di potere inoltre lo stato di disuguaglianza razziale viene perpetrato mediante culture lavorative composte da cinismo, violenze simboliche, pregiudizi, un regime di sospetto, freddezza e micro-aggressioni, per non parlare dell’assenza totale di empatia da parte degli impiegati e operatori bianchi nei confronti dell’utenza straniera. A condire il tutto ci va sempre una buona dose di fatalismo del tipo “le cose sono così e non si possono cambiare”. Ci si auto-anestetizza per non pensare alle ingiustizie che in fondo tutti sanno che si stanno commettendo.
Le infinite attese per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, come per la Protezione Internazionale, comportano limitazioni alle libertà individuali enormi: l’instabilità dello status legale si traduce in instabilità abitativa e lavorativa. Questo stato di attesa e instabilità è logorante, svilente e facilita l’assoggettamento dei migranti ai servizi e alle cooperative stesse.
Il sistema di Accoglienza italiano lavora in linea con il principio della color-blindness : misconosce le differenze razziali e le conseguenze in termini di svantaggio sociale, economico, culturale e politico che deriva dalle persistenti forme di razzismo sopra citate (Giuliani, 2006). Questa retorica serve come fondamento per giustificare lo smantellamento della capacità dello stato di combattere la discriminazione (Taylor 2014; Bonilla-Silva 1995a)
La pedagogia della neutralità obbiettiva, quella che sistematicamente viene adottata dalle Cooperative in modo indiscriminato su centinaia di persone straniere accolte nelle diverse strutture, secondo cui il cammino verso il reinserimento sociale, abitativo o lavorativo, si può raggiungere meccanicamente grazie a dei precisi step – forzati o condizionati il più delle volte dalle rigidità del sistema – in tempi del tutto imprevedibili, dev’essere sostituita da una pedagogia decoloniale che metta al centro l’antirazzismo come approccio alla cura e all’empowerment delle persone straniere. La prima è una pedagogia funzionale allo Stato e mette al centro i suoi interessi, la seconda privilegia gli interessi delle persone straniere, i loro diritti e lo smantellamento dell’ordine razziale vigente.
- NON è ASSISTENZIALISTA
Riconosce che l’assistenzialismo immobilizza, contribuisce al controllo, alle asimmetrie di potere, all’assoggettamento, e a negare le capacità degli individui e il loro sviluppo. Regalare cibo, soldi e persino una casa per tempi indefiniti è un approccio pedagogico che deriva dal pietismo e la carità – è auspicabile invece una pedagogia trasformativa. Seppure ci possono essere casi delicati in cui può essere fondamentale fornire un sostegno temporaneo per questioni sanitarie, economiche o abitative in modo mirato, non è invece ideale né giustificabile impostare il modus operandi dell’accoglienza intera sull’assistenzialismo. Finalmente, è anch’esso nocivo.
- CONFERISCE MAGGIORE POTERE, VOCE E PROTAGONISMO AGLI UTENTI DEI SERVIZI
nella co-creazione dei propri percorsi di accoglienza nelle diverse strutture.
Le Cooperative e i luoghi istituzionali che detengono il maggior potere decisionale sulle strutture dell’accoglienza continuano a essere popolati da gente bianca che non può empatizzare con le persone straniere in situazioni di vulnerabilità.
Per un cambio di rotta in senso opposto, i luoghi di potere devono essere composti maggiormente da mediatori linguistico interculturali con prospettive decoloniali e antirazziste, che preferibilmente condividano le lingue materne indigene con le persone straniere. È chiave inoltre la presenza in questi luoghi di una rappresentanza delle stesse persone beneficiarie dei progetti. Per un’accoglienza decoloniale è necessario dunque reimmaginare insieme a chi usufruisce di questi servizi un cambio radicale.
Dare più protagonismo all’utenza significa prendere davvero in considerazione la visione del mondo, il sentire e il pensare delle persone straniere nella costruzione del proprio progetto di vita, senza condizionare le loro scelte, senza infantilizzare, smettendo di supporre di sapere cosa sia meglio per le loro vite, spesso prendendo decisioni al posto loro. Significa mantenersi il più delle volte in umile ascolto, cercando di privilegiare il benessere e l’empowerment individuale e collettivo delle comunità.
- DECOSTRUISCE L’EUROCENTRISMO
presente nell’intero SISTEMA DELL’ACCOGLIENZA, e si impegna nell’ IDENTIFICARE in quali contesti OPERA il privilegio della BIANCHEZZA, e quali CONSEGUENZE ha sulle persone straniere RAZZIALIZZATE
- DEBUROCRATIZZA IL LAVORO DI CURA
l’operatore sociale non è un tecnico né un burocrata. L’enorme quantità di burocrazia da cui sono sommerse le Cooperative ha inevitabilmente delle ricadute sull’intera scala gerarchica delle equipe e infine sull’utenza; ad esempio, queste ricadute consistono in parte nel fatto che viene rimosso del tempo, risorse ed energie preziose per la progettazione ed esecuzione del lavoro di cura in sè e per sè. La burocrazia spesso ostacola la cura.
- POLITICIZZA IL LAVORO DI CURA
“La passività di fronte all’ingiustizia è complice della stessa. L’uomo bianco cerca di evadere la sua responsabilità attraverso ciò che Fanon chiama la <<distribuzione razziale della responsabilità>>, cioè, proiettando negli altri, nelle vittime, la causalità del problema razziale attribuendolo a una caratteristica culturale ancestrale dei popoli inferiorizzati dal razzismo coloniale” Ramón Grosfoguel
Il lavoro di cura è politico, negarlo significa assumere un posizionamento neutrale di fronte alle ingiustizie sociali perpetrate dal razzismo sistemico e istituzionale. Riconoscere che è politico significa schierarsi da una parte in modo netto e fare qualcosa al riguardo.
Questo è fondamentale soprattutto per chi lavora nei grandi Centri di Accoglienza Straordinaria, luoghi in cui si riproducono una serie di oppressioni e ingiustizie sociali su più livelli: dalle condizioni igieniche dei centri, alla bassa qualità delle mense, alle infestazioni di ratti e scarafaggi, alla fatiscenza dell’infrastruttura, al sovraffollamento, e come già menzionato, le infinite attese per l’ottenimento della Protezione Internazionale, un lavoro e una casa.
In parole di M. Cammelli:
“Il ruolo dell’operatore diventa spesso un ruolo disciplinante, tendente a infantilizzare il richiedente asilo, a enfatizzare la privazione di autonomia cui queste strutture costringono i richiedenti. E spesso questo avviene nel momento stesso in cui l’operatore cerca di prendersi al meglio cura della persona in questione. E questa è certamente la contraddizione fondante il ruolo stesso di questo lavoro. […] La relazione di addomesticamento, la privazione costante di autonomia decisionale cui sottostanno le persone che risiedono nei Centri di Accoglienza, ha come tornaconto una tendenza all’inerzia e all’immobilità.”
Negare che il lavoro di cura sia politico, significa rimanere passivi e ciechi di fronte alle oppressioni diventando complici del sistema.
7. SI SERVE DELLA CASSETTA DEGLI ATTREZZI DELL’ANTROPOLOGIA
La figura professionale dell’antropologx in Italia non è ancora stata inquadrata, ed è poco valorizzata nel sistema dell’Accoglienza. L’antropologia è la scienza privilegiata per lo studio della diversità culturale e degli spazi interculturali. I metodi e tecniche di ricerca, come l’etnografia e il lavoro di campo possono arricchire enormemente il lavoro delle Cooperative ed enti statali, soprattutto se si adotta una prospettiva decoloniale.
- PROMUOVE UNA SOLIDARIETà RADICALE
Il bianco è fondamentalmente individualista a causa della cultura capitalista di appartenenza, che sabota quotidianamente i tentantivi controegemonici di creare una cultura più collettivista, base per il sorgimento di società più uguali e giuste. L’accoglienza decoloniale potenzia la solidarietà come modus operandi e forma di stare al mondo negli spazi interculturali.
Per combattere le derive fasciste che ha acquisito il Sistema dell’Accoglienza è imprescindibile potenziare le forme di solidarietà, puntando al sorgimento di comunità interculturali sane che dimostrino quanto l’interconnessione fra gli individui sia più auspicabile e funzionale al benessere collettivo che l’individualismo e aspirazionismo della società bianca moderna ipercompetitiva.
PER CONCLUDERE:
Questo Vademecum nasce a partire da varie esperienze come operatore sociale in un grande Centro di Accoglienza Straordinaria a Bologna, in gruppi appartamento per vittime di tratta e sfruttamento lavorativo nella provincia di Barletta-Andria-Trani, e come mediatore interculturale nella Prefettura di Foggia.
Si rivolge principalmente a educatorx e operatorx dell’accoglienza, e a tuttx coloro che lavorano a diretto contatto con persone straniere in situazioni di vulnerabilità e marginalità grave, soprattutto richiedenti Protezione Internazionale. Cooperative, ma anche impiegatx di ASP, Prefetture e Questure.
Non ci sono pretese di scientificità, né di essere una guida esaustiva su come dovrebbe funzionare l’accoglienza, ma vuole essere uno scritto a carattere di urgenza, che aspira a sensibilizzare, destabilizzare e a organizzarsi su più livelli per sradicare l’approccio COLONIALISTA dal Sistema di Accoglienza, che è tutto meno che accogliente.
BIBLIOGRAFIA
Anna Curcio, “L’Italia è un paese razzista”, DeriveApprodi, 2024, Bologna
Gaia Giuliani, “Il principio di Color Blindness e il dibattito europeo su razza e razzismo”, Jura Gentium, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale, recuperato su https://www.juragentium.org/forum/race/it/giuliani.htm
Maddalena Gretel Cammelli, “Due dj e un’antropologa. Etnografia di una festa in un Centro di Accoglienza Straordinario”, in Educazione Interculturale. Teorie, ricerche, pratiche, Vol.16, num.1, 2018, Bologna
Ramón Grosfoguel, “Apuntes hacia una metodología fanoniana para la decolonización de las ciencias sociales” in “Piel negra, máscaras blancas”, Frantz Fanon, Akal, 2009, España
La decolonizzazione del pensiero occidentale
inizia dalla mente dell’individuo bianco