Mi sono molto interrogato sulla stesura di questo testo. Non sono certo che mettere per iscritto determinate esperienze sia produttivo nella direzione che desidero. C’è il rischio che alcune storie forniscano materiale grezzo troppo facilmente strumentalizzabile nella manipolazione di un certo tipo di retoriche razziste, paternaliste, patriarcali, coloniali, discriminatorie. Nonostante ciò, credo anche sia urgente parlarne in modo concreto, perché se ne possa prendere atto, perché ci se ne possa assumere la responsabilità e attivarsi perché qualcosa cambi. Nel caso specifico, più che del sistema di accoglienza in senso stretto, vorrei parlare dell’incontro di questo con alcuni servizi di cura esterni e istituzionali, e di come questi si mostrino terribilmente inadatti e impreparati al banco di prova della soggettività migrante, nonostante decenni di lavoro critico autoriflessivo svolto da questi stessi servizi e nonostante la presenza migrante non possa più essere etichettata come fenomeno straordinario ed estemporaneo in Italia (ammesso che in passato sussistessero realmente delle motivazioni per descriverlo in tal senso).
Non è infrequente che in accoglienza emergano dei disturbi di stoffa psichica. D’altronde, molte delle persone che riescono ad accedere al circuito CAS/SAI sono fuggite da luoghi ed esperienze ostili, che si tratti di guerre, povertà, discriminazione sotto una qualunque veste. Già questo sarebbe sufficiente per farsi un’idea di cosa possa favorire l’insorgenza di un malessere. Quasi come non fosse abbastanza, l’Europa le costringe comunque ad affrontare un viaggio letteralmente insostenibile e disumanizzante, che si pensi alla rotta mediterranea, dove chi riesce a superare la traversata del deserto senza cadere dai trabiccoli che lo solcano, viene torturato e violentato dalle polizie libiche e tunisine, per poi salpare con imbarcazioni di fortuna sulle quali si rischiano intossicazioni da gasolio e disidratazione per evitare di annegare in mare; a quella balcanica, dove c’è gente che attraversa catene montuose e deserti aridi solo con il proprio corpo in cammini che durano anche anni, per giungere alle frontiere della Grecia a raccogliere mandarini sotto caporali o a quelle dell’Italia dove si viene rimessi nelle mani delle polizie slovene o croate a prender botte; ai saltatori di Ceuta, che scommettono sul numero per scavalcare le recinzioni metalliche, sapendo che non passeranno mai tutti e qualcuno deve restare indietro; alla frontiera polacco-bielorussa, dove le polizie dei due paesi fanno una sorta di gara a chi picchia di più e la gente muore assiderata in boschi gelidi; ai nuotatori di Ventimiglia o agli alpinisti di Bardonecchia e Oulx, che spesso ci lasciano i piedi sulle alpi, letteralmente. E si potrebbero enumerare liste lunghissime di frontiere letali.
Insomma, come dicevano alcuni drammaturghi in un’intervista alla quale ho assistito, “Costringendo le persone migranti a tali viaggi, garantiamo che al loro arrivo saranno quantomeno traumatizzate, e non è un buon affare.”
Nel mio percorso di operatore ho incontrato queste persone e alcune di loro mi hanno condotto a riflessioni (estremamente deludenti) sul sistema sanitario italiano, in particolare risetto allo stato di salute della psichiatria. L’Italia, ritenuta da tanti altri paesi in una posizione progressista per il lascito basagliano, sembra non abbia recepito quasi nulla della nutrita letteratura sull’incidenza dei disturbi psichiatrici in persone con background migratorio. Molte delle persone che avrebbero necessità delle cure offerte da unə medicə psichiatra, non vengono mai prese in carico se non in condizioni gravissime per il semplice fatto di non essere italiane e di non parlare la stessa lingua della psichiatria locale. Una dinamica diffusa nell’intero territorio. Come è possibile che uno dei paesi dove approdano più persone richiedenti asilo sia anche tra quelli con professionistə che paiono meno preparatə e disponibili al confronto interculturale? Evidentemente, è uno dei vari sintomi del collasso in corso del modello del sistema sanitario nazionale. E tuttavia, non si tratta solo di questo.
Due storie interrotte
C’era questo ragazzo proveniente da uno dei paesi dell’Africa occidentale, giunto in Italia da minorenne ormai diversi anni fa. L’ho conosciuto tre anni fa che ne aveva tra i 20 e i 25. Era arrivato in quella struttura da un centro SAI di un’altra città perché aveva ricevuto un foglio di via dal tribunale per una colluttazione con un agente di polizia, il cui intervento era stato richiesto perché il ragazzo era in uno stato di agitazione psicomotoria. Si sarebbe scoperto solo molto tempo dopo che probabilmente era in corso un episodio delirante durante quella colluttazione con l’agente; questa informazione non compariva in nessuna relazione (e sarebbe stata preziosissima, visto che i segnali si stavano ripetendo nello stesso ordine e nelle stesse modalità quando sarebbe poi capitato nel nuovo appartamento un episodio simile).
Da diversi mesi rifiutava di recarsi in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, e non usciva dall’appartamento se non per andare a comprare sigarette e 3 cappuccini (non è un errore) quando disponeva di sufficiente liquidità. Era magro e indossava sempre giacca e pantaloni di jeans, leggermente più larghi della sua taglia. Raramente ho ascoltato una persona straniera parlare un italiano tanto corretto persino sul piano grammaticale. Amava leggere poesie e ascoltare Elisa, la celebre cantante.
I primi periodi della nostra conoscenza erano stati un continuo tira e molla per convincerlo a rinnovare il permesso, ma puntualmente rimandava con motivazioni evidentemente inadeguate. La larghezza dei vestiti pareva aumentare, era chiaro che stesse mangiando sempre meno. Spesso veniva incalzato da me e colleghə per quantomeno farsi visitare da un dottore, ma riteneva di non averne bisogno. Salivava molto. Poi, con il tempo, ha iniziato a dire cose sempre più confuse, con rimandi a persone che aveva incontrato a Milano (dove era stato fermato dalle forze dell’ordine in stato confusionale), a La Spezia (dove si era recato con l’idea di imbarcarsi per l’Africa e tornare a casa a “perdonare la madre”) o a delle persone nordafricane conosciute nella sua breve permanenza in una REMS – residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza (finestra temporale che dalla documentazione in nostro possesso sembrava essere stata del tutto cancellata, nessun riferimento alla struttura o al personale medico, neanche una mail da contattare). Dava indicazioni confuse, ma tutto sommato non inverosimili visto quanto si sapeva della sua traiettoria migratoria e vista la sua riservatezza. Dalla precedente struttura di accoglienza non erano giunte informazioni sensibili sulle sue condizioni e lo scambio quotidiano con il ragazzo aveva sempre toni estremamente distesi ed educati. Finché non sono cominciati ad arrivare segnali sempre più preoccupanti.
Passava le giornate disteso nel letto, al buio. Non aveva più il telefono e i suoi coinquilini, altri sette uomini di varia provenienza, riportavano che rubava cibo e manifestava comportamenti strani. Poi i primi momenti di rabbia, non voleva che lo si andasse a disturbare in camera. Un giorno, mi lasciò entrare. Non parlava. Mi fece cenno di non poter parlare, mimò il gesto di scrivere e gli consegnai un foglio e una penna. Scrisse che stava bene ma voleva essere lasciato in pace.
Riportata la situazione in équipe, iniziammo a riprendere contatti con i servizi psichiatrici territorialmente competenti, ma senza risultati. Non essendo preso in carico dal CSM, non si poteva fare nulla e certamente nessuno sarebbe venuto a visitarlo a domicilio.
Contattammo un’associazione di psicologia interculturale che offre servizi per persone migranti, ma ci rimandarono, sulla base delle nostre osservazioni, alla psichiatria. Quest’ultima, sollecitata più volte, si trincerava dietro l’assenza di una presa in carico.
Contattammo un servizio di etnopsichiatria specializzato in materia di migrazioni forzate in loco, ma anche in questo caso il responso fu “non si può far nulla al momento”, aggiungendo che finché la persona non si fosse recata volontariamente in un servizio adeguato, l’unica alternativa risiedeva nell’atto violento contro sé stesso o altre persone, innescando perciò la catena forze dell’ordine, ambulanza, automedica, ASO – accertamento sanitario obbligatorio, gemello “buono” e meno burocratizzato del più celebre TSO, comunque una pratica orrenda.
Intanto, la preoccupazione nell’appartamento e nell’équipe montava. Le richieste di un supporto specialistico cadevano puntualmente nel vuoto.
Poi, a metà dicembre, entrai in appartamento per parlare con il ragazzo. Lui iniziò ad urlare contro di me e contro gli altri coinquilini, dicendo che avrebbe ucciso tutti. Il suo intero corpo era scosso da un tremore innaturale, come se qualcosa stesse per farlo scattare con una forza incontenibile. Si percepisce bene in quei momenti il pericolo. Sono convinto che quel tremore fosse il risultato della resistenza che stava attuando per proteggere il suo intorno da un male che lo logorava da dentro e che non voleva uscisse. Una pentola a pressione che si oppone alla fuoriuscita di un vapore tossico. Ci attivammo immediatamente, chiamando dapprima l’ambulanza, sperando che i paramedici lo convicessero a farsi accompagnare in ospedale. Non ci fu verso. Suggerirono, a quel punto, di chiamare le forze dell’ordine per attivare la procedura per un accesso coatto in pronto soccorso, l’ASO, appunto, il tanto atteso e agognato. Fu uno spettacolo orribile, tremendo. Otto poliziotti, con giubbotto antiproiettile, pistole, manganelli e l’intero armamentario, che si sforzano di convincere il ragazzo a salire sull’ambulanza, urlandogli contro frasi del tipo “Ti senti bene? Non stai male? Non sei triste?!”. Nel mentre, il ragazzo si era calmato e rimaneva fermo sulla sua posizione: stava bene e non aveva bisogno di andare in ospedale. Gli agenti, con la nostra approvazione estorta facendo leva su una situazione che non era più sostenibile da settimane, convocarono l’automedica. Il medico acconsentì alla procedura per l’ASO. Al ragazzo era stato spiegato come si sarebbero mossi tutti e aveva accettato di essere caricato sull’ambulanza forzosamente, non essendoci alternative. A detta di tutte queste figure che incarnano le istituzioni, se si attiva un ASO il paziente deve necessariamente essere sedato, anche se le circostanze non lo richiedevano più, evidentemente. Il dado era tratto. I paramedici scaricarono la barella dall’ambulanza. Due milligrammi di ketamina intravenosa, iniezione sul collo, nessuna resistenza opposta. Allungano il pezzo di carne sulla barella, lo assicurano con le cinte e l’ambulanza riparte. Direzione pronto soccorso.
L’attesa per vedere la psichiatra di turno è durata ore, motivata dal fatto che l’effetto sedativo doveva assestarsi prima che il paziente potesse sostenere un colloquio.
Sostenere un colloquio.
Sostenere un colloquio.
Sostenere-un-colloquio, per esempio:
Psichiatra: “Come stai? Cosa è successo?”
Ragazzo: “Bene, mi sono arrabbiato ma adesso sto bene.”
P: “Ho capito. La prossima volta che ti arrabbi, parla con gli operatori, loro sono lì per aiutarti.”
R: “Lo so. D’accordo, lo farò.”
P: “Molto bene, puoi tornare a casa.”
La psichiatra, a noi che eravamo lì: “Non è necessario trattenerlo, non ci sono sintomi psicopatologici e il ragazzo è collaborativo.”
Sostenere un colloquio. Le parole che ho riportato non si discostano molto da quanto è stato realmente detto. La durata reale è la stessa, se si legge l’esempio con un ritmo lento è probabile che la si superi.
Vorrei adesso raccontare una seconda storia, simile alla precedente in vari punti. Riguarda un ragazzo di origini africane, disabilizzato, cui è stata diagnosticata una disabilità intellettiva conseguente ad una lesione cerebrale rilevata dagli esami. Ha più o meno la stessa età del protagonista della vicenda precedente, ma un comportamento molto diverso. Giunto nel progetto dove l’ho conosciuto a causa di una colluttazione con un altro ospite della struttura previa (per dinamiche discriminatorie nei suoi confronti da parte degli altri ospiti, altra dinamica che avremmo appurato, in seguito, verificarsi realmente quando il ragazzo condivide il tempo con gruppi di pari), aveva già avuto a che fare con i servizi psichiatrici, i quali avevano ritenuto la sua condizione di vulnerabilità di competenza dei servizi dedicati alla disabilità, escludendolo da percorsi psichiatrici. Per quella lite è stato denunciato.
Fin dal principio della nostra collaborazione, manifestava dei comportamenti problematici che andavano via via acuendosi. A un paio di mesi dal suo ingresso, la situazione stava precipitando, così ci recammo, in ottica preventiva, al CSM territoriale nell’intento di effettuare un accesso in emergenza (suggerimento, questo, giunto da un medico con il quale ci si era relazionati per capire come muoversi). Anche in questo caso, l’esito è stato un consulto negativo e respingente, che ci rispedì a casa con la semplice assunzione di un farmaco calmante leggero. La tensione nell’équipe era molto alta, così come nell’appartamento, dove gli altri inquilini inviavano continue segnalazioni a noi operatorə.
Finché un giorno, a distanza di un paio di settimane dal tentativo di accesso al CSM, si è verificato un evento estremamente grave, che ci ha costretto ad attivare la stessa trafila: forze dell’ordine e ambulanza. Stavolta non è stato necessario passare per un accesso coatto in pronto soccorso perché la persona ha accettato di recarsi volontariamente in ospedale, accompagnato dai carabinieri. Qui, ha accettato di assumere i farmaci sedativi. Nel frattempo, di nuovo ore di attesa per il consulto psichiatrico. Stavolta il colloquio con la persona si è svolto a malapena, visto che il ragazzo a quel punto era in uno stato di “rilassatezza” chimicamente indotta, tanto per utilizzare una formula ironica. La psichiatra di turno, non la stessa della storia precedente, si è limitata a trascrivere quanto indicato dall’équipe, che in questo caso, esasperata dalla situazione e incapace di gestire una situazione che stava già rischiando di divenire drammatica, spingeva per richiedere un accesso in SPDC, preoccupati della situazione esplosiva che si sarebbe potuta creare nell’appartamento se il ragazzo fosse rientrato. Dopo una lunga negoziazione, la psichiatra scelse di rimandare la persona a casa, suscitando un’ansia generalizzata tra le persone coinvolte nella gestione dell’emergenza. Aveva assicurato che l’effetto dei sedativi sarebbe perdurato fino al mattino successivo, ed è stato in effetti così. Avremmo potuto accompagnarlo al CSM all’indomani per valutare la possibilità di un ricovero in SPDC per una valutazione diagnostica. Sul momento, però, lei non riteneva necessarie né la misura del ricovero, né quella di una notte in osservazione in pronto soccorso, nonostante l’insistenza di un’équipe stremata dalla tensione che la situazione generava da settimane. A sua detta, non c’erano indizi di psicopatologia, soprattutto perché (anche dopo aver letto i referti dei mesi precedenti prodotti da altrə colleghə psichiatrə) riteneva si trattasse di una manifestazione di aggressività episodica e non di una dinamica comportamentale protratta nel tempo, come sarebbe una fase delirante, perché nelle settimane precedenti non c’era stato bisogno di ricorrere a misure simili e non c’erano stati segnali. L’équipe dell’accoglienza riportava osservazioni del tutto differenti, segnalando anche il tentativo di accesso in emergenza al CSM praticamente negato, ma (si sa) la parola di personale qualificato come non-medico non ha alcun valore, onde sonore che viaggiano nello spazio senza significato.
Al mattino seguente, comunque, lo psichiatra di turno del CSM sembrava sapesse già cosa dire. Aveva notato che il ragazzo era calmo, e già questo costituiva motivo di respingimento in quanto la situazione era controllabile, e rilevava, inoltre, che un ricovero (volontario) a scopo diagnostico, in quel caso, non era adeguato perché i comportamenti del ragazzo andavano avanti da qualche tempo, indice del fatto che non fosse in corso un episodio delirante che rendesse necessaria l’attivazione di quella misura. Sostanzialmente, stava compiendo lo stesso gesto di rifiuto e inascolto attuato dalla psichiatra della sera prima, ma motivandolo esattamente per una via opposta. Avrebbe comunque permesso al ragazzo di accedere al ricovero, ma aveva già decretato trattarsi di un caso di competenza della disabilità adulta.
Arrivatə in SPDC, lo psichiatra in sede era già di questa stessa opinione prima ancora che potesse vedere il ragazzo, in quel momento ancora strasedato. Di lì, avrebbero atteso un paio di giorni senza somministrare i farmaci per poter effettuare osservazioni in uno stato non alterato.
Svaniti gli effetti dei farmaci due giorni dopo, il ragazzo ha alzato la voce per dire di non voler restare lì ed essendo un ricovero formalmente “volontario”, lo hanno fatto uscire liberamente, peraltro senza avvisare l’équipe che lo segue.
Il risultato è stato un rimando, nuovamente, ai servizi per la disabilità, che però non hanno ambulatori emergenziali e non svolgono alcuna assistenza in questi casi. Il CSM di riferimento gli ha chiuso le porte, decretando di non portarlo più lì, si sarebbero rifiutati di vederlo. In questi casi, trattandosi a loro detta di un disturbo antisociale, caratterizzato da una condizione di disabilità intellettiva, è necessario attivare le forze dell’ordine.
In altre parole, piuttosto che agire foss’anche solo come istituzione simbolica nei confronti di questa persona per lavorare in una prospettiva di accompagnamento educativo in sinergia con l’équipe dell’accoglienza, è stata scelta consapevolmente l’inazione finché questo ragazzo non rischierà concretamente il carcere, come se non fossero già stracolmi, o di venire indirizzato verso un CPR, spianandogli la strada verso una lenta agonia, perché difficilmente in questo genere di percorsi una persona con determinate vulnerabilità può incontrare qualcos’altro.
Comprendere l’intenzione, porsi dubbi
Non è semplice per nessunə lavorare su certi aspetti, correre il rischio di attribuire un’etichetta diagnostica che potenzialmente può distruggere la vita di una persona. Sono scelte ambigue, scivolose, complesse. Ma questo non giustifica la leggerezza con la quale si ripetono gesti di respingimento e rifiuto a discapito di persone marginalizzate. Quando si ha la certezza che una situazione vada gestita diversamente, allora è possibile indicare la strada precisa da seguire. Non è sufficiente millantare il nome generico di un altro reparto, di un altro servizio e scrollarsi di dosso la richiesta d’aiuto.
Se come équipe si è giuntə in un CSM o in un pronto soccorso con una persona per la quale si lavora, è perché si sta cercando aiuto: rifiutarlo nettamente senza indicare un’alternativa concreta da attuare è un atto alla soglia limite del criminale. Sostenere che l’alternativa debba essere la detenzione in certi casi, è mortificante. Ho l’impressione che tutto ciò sia sintomatico del fatto che l’unico moto morale dietro determinate decisioni o rimandi sia di carattere egoistico e autoprotettivo da parte di alcune figure professionali, che preferiscono semplicemente schivare il meteorite in arrivo, troppo complesso pensarlo. Si tratta, a parer mio – sia chiaro, della negazione di un diritto fondamentale (l’accesso alle cure, la salute, la vita) tutelato da un’infrastruttura burocratico-legale grazie alla quale la parola del medico è inscalfibile, sacra, ma la persona continua a star male, a rappresentare un “problema da gestire” per il suo intorno e a non ricevere sostegno. Non suggerire alternative valide, per quanto chiunque comprenda la mancanza di risorse (che mancano solo quando è il caso che manchino, mica sempre), il carico di lavoro eccessivo, personale impreparato, ecc. ecc., vuol dire legittimare una strategia di razzismo istituzionale, della quale ci si dichiara vittime anziché agire il potere che si detiene in una direzione differente.
D’altronde, qualcunə lo scriveva, quello che succede alle frontiere di uno stato è un’anticipazione del futuro nel resto del paese, della società che si vuole costruire: ed ecco che i respingimenti alle frontiere si materializzano nei gesti di respingimento perpetrati da professionistə in privilegiate posizioni di potere, nel cuore (geograficamente inteso) dello stato.
A questo punto, è opportuno sottolineare che la condizione legale del ragazzo della seconda storia è appesa a un filo, mentre del primo, dopo essersi allontanato dalla struttura a seguito di un conclamato delirio (negli ultimi giorni sosteneva di parlare con il diavolo di notte), se ne sono perse le tracce. Mesi dopo, venimmo a sapere che si trovava in un carcere del nord Italia.
Come ci si dovrebbe sentire quando ci si riconosce nella responsabilità di un simile dramma e si è fatto di tutto per evitare la situazione? Come ci si dovrebbe sentire quando certi esiti erano stati ampiamente previsti e non si è ricevuto il supporto richiesto?
Si tratta di constatazioni tristi, disarmanti. Ed è paradossale se queste storie vengono affiancate a ben altre, che parlano di un’Italia, nei Settanta, che iniziava a modellare una macchina psichiatrica tra le più visionarie del mondo. Qualcosa, mi vien da dire, è andato storto, si è rotto, è stato tradito. Bisogna domandarsi se siamo ancora in tempo per ripararlo.