Caro Osman

Caro Osman,

Ti ricordi quando discutevamo di quanto fosse complicato l’adattamento a un nuovo contesto
culturale e sociale, per poi passare a ridere come pazzi per il mio inglese? Lingua che tu hai
insegnato da sempre e per la quale io ho un emotivo rigetto.

Volevo scriverti già da un po’, ma forse, la mia resistenza al dolore non mi ha permesso di
farlo prima. Ho riflettuto molto sul concetto di solitudine, nello specifico della solitudine che
uomini, donne e bambini migranti provano. Lavorando in una Cooperativa che ha l’obiettivo
di promuovere l’adattamento sul territorio delle persone straniere, si pensa che condividendo
parti di quotidianità si arrivi a conoscere una persona. In realtà credo che arriviamo a
conoscere veramente una percentuale minima delle vostre vite. Paradossalmente, io ti ho
conosciuto meglio solo dopo che te ne sei andato. Mi hai sempre raccontato di com’era il
Sudan, della prigione, delle manifestazioni, della tua etnia nubi, poco di tua moglie e dei tuoi
figli perchè ti faceva stare male. Ci fumavamo delle gran sigarette al sole mentre io ti
insegnavo un po’ di italiano e tu di inglese. Non abbiamo mai parlato apertamente della
solitudine, era un tratto così evidente eppure io mi sono consapevolmente sottratta al
vederlo. Essere da soli in un nuovo Paese, in un nuovo contesto sociale, culturale, rispetto
alle istituzioni, ai modi di fare. Come operatori dell’accoglienza credo che prima o poi
dobbiamo fare i conti con la solitudine, per quanto proviamo con tutti noi stessi a non farvela
provare. Ascoltiamo tanti gridi di aiuto. Tu ad esempio, hai sempre detto a tutti delle tue
vulnerabilità sanitarie, hai sempre chiesto di non essere da solo ad affrontare il tutto, ed io
ho provato a starti accanto. Come operatori, proviamo sempre a essere di supporto e
trovare delle soluzioni, ma non facciamo mai i conti con la solitudine. Emozione o condizione
(non so bene come definirla) che ci mette sullo stesso piano, essendo persone. Noi e loro.
Ci si mette un attimo a diventare loro. Lo siamo già. Soli, in un sistema che sceglie chi ha
diritto all’accesso alla salute, all’istruzione, ad arrivare, a viaggiare. Soli, mentre cerchiamo di
mettere del miele sul bicchiere per addolcire le medicine amare, ma non c’è miele che
tenga. Soli, mentre gli altri distolgono lo sguardo dal Mediterraneo, mare attraverso il quale
sei arrivato in Italia.

Chissà adesso dove sei. Se ti avessi qui, ti racconterei di quanti passi avanti ho fatto con il
lavoro come attivista e come operatrice legale, dei miei viaggi al mare e dell’inizio delle
lezioni in lingua araba. Sicuramente ti direi tutto questo, sì! Ometterei sicuramente che io,
l’inglese, ancora non l’ho imparato.

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